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[Milano, 28 settembre 2013 – giardino della cooperativa La Cordata di via San Vittore: incontro tra il Gruppo della Trasgressione, Capi scout partecipanti al laboratorio capi 2013 e un Gruppo di cittadini liberi tenutosi nell’ambito della manifestazione “I frutti del carcere”]

Vista da fuori questa foto non sembra proprio una ἀγορά, luogo dove gli antichi greci discutevano anche delle proprie leggi.

Ma molte cose, viste da fuori, sembrano differenti… come quella frase che inizia a far scaldare i muscoli dei partecipanti: “tu vai all’asilo con il sorriso, io vengo a prenderti prima dell’ora della fine”. Certo, importano le qualità personali dei contraenti… ma se io non conoscessi Caterina e le sue amorevoli preoccupazioni, e se Federico di contro non riconoscesse la voce della sua mamma, questo patto potrebbe avere il suono del ricatto.

Ma sono altre le frasi che sento e con le quali non mi trovo pienamente d’accordo: penso, per esempio, che ci sono stati periodi della mia vita nei quali ho visto molti criminali tenere fede ai propri patti (e rimanere in silenzio in carcere pur di non fare gli infami) mentre persone libere, e neppure indagate, non mantenevano la parola data.

Eppure è proprio un detenuto, ad un certo punto, ad affermare che “la società non può rompere il patto con il singolo, mentre il singolo magari sì”. E Gabriele che, impigliato nella sua deliziosa contraddizione tra essere stato schiavo di un patto con la malavita che lo ha portato ad uccidere i suoi simili ed essere ora liberamente legato ad un patto con la società civile, per uscirne cita Gaber e la libertà come partecipazione.

E a me intanto, mentre non riesco a non pensare a tutte le prede abbindolate dal meraviglioso patto con il truffatore, viene in mente l’ennesima sua canzone (“La parola io”) e quella frase che ne chiude un’altra qui ancora più pertinente: “sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”… perché forse la prova del 9 per verificare se siamo davvero di fronte ad un patto si ha andando ad analizzarne il risultato: “io+io=io” oppure “io+io=noi” come un qualcosa che non solo punta verso il futuro ma anche include (e non esclude ed elimina, fisicamente o moralmente) altre persone. E con esse altre idee e percorsi, aumentandone la fatica.

La fatica delle cose che fanno pensare e crescere, come quella domanda fatta da Aparo – poco prima dell’incontro, a microfoni spenti – ad un bambino di 4 anni al quale era stato insegnato a rispondere “tutto bene” quando gli si chiede “come va?”… fino a quando arriva qualcuno che vuole davvero il suo bene e, portandolo sul suo campo da gioco, gli fa dire “beh… qualcosa non va bene: vorrei che papà tornasse a casa” e poi però non lo lascia solo con dei cubetti colorati in mano, anche se come una ostetrica lo ha aiutato a partorire una verità che già possedeva dentro di sé.

Adesso, nonostante abbia letto Platone, riesco a capire meglio anche questo, come quando – pur essendo comodamente seduto a godermi l’incredibile spettacolo di questa improvvisata piazza – mi alzo di scatto quando vedo Cecilia che sta per svegliarsi mentre sua mamma è impegnata al telefono: e cerco di muovere a ritmo la sua carrozzina.

Perché è vero che quando diventi padre stipuli un patto con tuo figlio, ma guardi tutti i bambini come se fossero il tuo.

Ed è altrettanto vero che quando sei un bravo allenatore, le persone possono anche darti del Lei ma ti vogliono bene come il padre che molto spesso non hanno mai avuto per davvero o al quale hanno potuto solo dire, separati da un vetro, “quando sono grande io vengo da te” (aspettando 8 anni per mantenere fede a questo patto).

O come la madre che li ha finalmente allattati e si è così presa cura di loro, perché in questo – al di là della battuta del mio amico Juri – è stata per molti la meraviglia di aver constatato che “esistono magistrati con le tette”.

[il file audio dell’incontro –  2h 4m – è reperibile qui
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