di Giulia, partecipante worskop 2011

La mattina subito dopo il workshop alle 8 percorro un pezzo di strada fatta due giorni prima per andare in tribunale. Alle 8.30 seguo la lezione di filosofia, l’argomento del giorno riguarda il concetto di “persona subalterna all’interno della società di oggi”, parla un “esperto” che ci racconta di come oggi il subalterno sia una persona che non è in grado di stare al passo con la tecnologia avanzata. Mi irrito. Alle 9.15 si può intervenire. Prendo la parola, mai fatto a lezione, mi sento goffa e fuori luogo ma parlo. Sostengo che di subalterni il mondo è ancora pieno, Milano ne è ancora piena, che basta uscire, a 10 metri. Anche meno. Le strade vomitano i “subalterni” come li chiama l’esperto. Mi spengo dopo poco, svegliata dagli occhi di tutti attorno che attoniti non capiscono. Non comprendono. Non comprendo neanche io, in verità.

La sera al telegiornale sto più attenta ai servizi di cronaca nera, ai mille iter giudiziari in corso, più attenta alle parole, alle immagini che si amplificano e mi viene in mente Massimiliano. La sua testimonianza tragica e confusa. Il suo racconto fatto di mille incubi slegati l’uno dall’altro e il suo esito limpido e annebbiato allo stesso tempo. Ricordo che avevamo tutti i brividi a sentirlo parlare.
Ma più di tutto non dimenticherò la reazione di Francesco alla rivelazione del nome della vittima (la persona offesa). Mi ha sconvolto vedere il nostro capo-Pm, ai miei occhi così risoluto e distaccato, mettersi perfino le mani nei capelli non riuscendo a trattenere un sofferto gemito di rabbia.
Davanti a quelle estreme emozioni che galleggiavano nella stanza io mi sono fatta piccola piccola e tutto mi appariva troppo grande per poter essere afferrato nella sua interezza.

Dal workshop ho portato a casa il puzzle più difficile che finora mi era stato mai regalato. Il più difficile perchè era il più grande ma soprattutto perchè mi mancavano tanti pezzi che ho lasciato da qualche parte e non trovavo. Mi sono buttata a capofitto nella ricerca, attraverso il mio discorso in aula oppure andando a cercare su google gli articoli che riportavano la vicenda personale di Massimiliano oppure volendo a tutti i costi crearmi una visione del mondo con la qualche finalmente fossi in pace.
Ho sbagliato perchè ho voluto finire il puzzle immedesimandomi in una tessera da inserire. Così ho chiuso il puzzle in disordine in una stanza della mia mente, e sono tornata a vivere nella mia quotidianità. Anche nella mia quotidianità di servizio: in quest’ultimo mese ho avuto la fortuna di fare servizio coi senza tetto del centro di Milano, e sono reduce da un campo di pasqua in un campo sinti a Gallarate (dove ho potuto ritrovare Laura, Alice, Fabrizio, tra l’altro).

Solo ora, grazie all’incentivo di voi che avete già scritto, ma soprattutto allargando un po’ il mio punto di vista, non mi sento più una tessera da incastrare ma sono pronta a riaprire la stanza del puzzle per aggiungerci almeno due tessere nuove: la SCELTA DI APRIRE GLI OCCHI (come la parabola del cieco che abbiamo letto a messa insieme) e IL SENSO CRITICO, ovvero la capacità di leggere la realtà nella sua complessità, magari indietreggiando di un passo per vedere le cose nella loro interezza, per non DISPREZZARE ma neanche per COMMISERARE.

Possono sembrare banali, forse lo sono. Ma ho avuto bisogno di un mesetto per interiorizzarli.

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