appunti di Luca Micheletti, attore

(nota: per il workshop 2007 abbiamo chiesto a Luca di aiutarci, osservando il silenzio i partecipanti durante la giornata prima in Tribunale e poi in carcere, per poi costruire insieme a loro una attività di re-citazione di quanto vissuto in quei due momenti)

ALCUNE DINAMICHE:

La re_citazione come materia.

La possibilità del teatro non di rappresentare, ma di ri_vivere, citando ciò di cui s’è…

La maschera, il tema stesso, è secondario, ce lo dimentichiamo, affronte dell’effettività di ciò che è vissuto. Al di là dei facili simbolismi o metafore che sono ormai luoghi tristemente comuni.

        Dinamiche dello sguardo.

        Il maledetto microfono.

        Tentare di non scindere le parole dalla persona. Nessuno quando ascolta può fare a meno di sentire una (?) specifica voce; o evitarsi di “spiare” i  moti di quella stessa voce, dell’individuo da cui proviene, di chi gli sta nelle immediate vicinanze.

        Lasciamo perdere l’attorialità.

        “Maschera”, in teatro, è attorialità. Qui non ci sono attori. Ma la recitazione non è appannaggio dell’attore. Non si tratta di dilettantismo o “scenètte”, bensì di immediata ridefinizione di un concetto. La re_citazione è una materia.

        Canetti parlò di Akustische Maske, maschera acustica…

        Prenderemo in prestito alcune dinamiche dello psicodramma…

Secondo un flusso di coscienza mimetico… Un’imitazione emotiva.

        SULL’IMITAZIONE: Vincere il  freno della mancanza di rispetto. Si recìta per rivivere, non per parodiare.

        IL COSA E’ FATTO DI COME.

TRIBUNALE:

        L’attesa [giro nel tribunale…]

        FRANCESCO: …molto impressionati…

        LUCA: …eh già… perché…

Perché?

        La gabbia.

AULA DELLA FRECCIA

Il giudice scrive e parla: come dettasse. Detta.

        GIUDICE: Se ci sono dei minorenni devono uscire dall’aula. Tutti!

        LA VOCE: Il comando…

        GIUDICE: La toga avvocato…

        AVVOCATO: Ah, scusi.

Lettura del verbale.

        GIUDICE: Silenzio! Lei adesso tace, poi avrà la parola al momento giusto!

        GIUDICE: …facciamo uscire dalla…

Lei ha soprannomi?

        L’UOMO: … carbonaio, muratore…

        IL GIUDICE: … mai condannato né arrestato?!

La modalità: il come del racconto.

        LE URLA.

        Il cancello della gabbia si richiude. Impossibilità di ascolto. Possibilità di ascolto (il cancello che si richiude). Quale silenzio?

        SILENZIO.

        Seguìto alla richiesta del difensore. Il difensore si avvicina al PM nel silenzio. Il giudice tace; legge, sfoglia; poi scrive. Walt Whitman…

Gli unici che parlano sono i due avvocati. Di cosa?

        La testa di un ragazzo tra le sbarre.

        Estenuante. Male alle gambe. Estenuante silenzio.

        “Convalida” arresto. “Convalida”?!

        IL GIUDICE: …sulla libertà…

Quando lo libera. Solo allora la chiama “gabbia”. Ma è l’avvocato a dire “Lei è libero”.

        L’UOMO: Ammetto la responsabilità, ma non sono responsabile.

        IL GIUDICE: Come, lo è o no?

        L’UOMO: Per schivare la situazione, sì…

        UNA VOCE: Viva la sincerità!

AULA BIANCA

Figura dell’interprete/Interprete della figura.

        Una donna rumena.

        IL GIUDICE: Ha mai usato un alias?

        CAPISCO MALE: … non sono in grado di ***[eleggere…??] l’omicidio [?]

        IL GIUDICE: E’ vero che hanno rubato del rame?

La testa è bassa, non guarda il giudice quasi mai.

        Un ragazzo è condotto in gabbia e chiede a gesti la liberazione dalle manette.

AULA PIETAS – IUSTITIA – VERITAS

Imputato di Rio.

        Il giudice parla in italiano. Inutilità dell’interprete.

        Alla madre dell’imputato squilla il cellulare. Proprio in quell’istante, le viene detto di venire avanti. Ma lei continua ad armeggiare con il cellulare e, mentre il giudice decide, esce dall’aula. In seguito rientrerà (ma io sarò solo).

AULA DELLA FRECCIA

Il caso dell’avvocato in ritardo.

SAN VITTORE:

        L’ingresso e i raggi.

        LA PRESENTAZIONE: E’ reato stare zitti.

        [GIOVANNI: … raccogliere materiale sulla maschera…]

        UNA VOCE: …Dàllo a lei… Non so cosa devo dire…

        LEI (CHE PARLA COL CHEWINGUM): … Veramente…

Non contano” gli argomenti trattati, conta il come ri_farlo.

        LUI: Io avevo… avevo,… magari… Ehm…

Le reticenze nel parlare.

        Concentrarsi di sfuggita sulle cose crea le cose.

        CHI TACE OSSERVA CHI TACE.

        LEONARDO: …Non mi piace la mia voce al microfono.

Una ragazza si tormenta una ciocca di capelli. Sono dunque l’unico che la guarda?

        Gli sguardi. Dove guardano? Dove guarda chi parla? E chi ascolta?

Arrivano le donne. Chi le guarda? E come?

Chi parla? Aparo? Come, dove, cosa dice?

        APARO: … riassumere…

Cade il mixer.

        [UNA VOCE: Hai l’accento bergamasco, mi pare…]

        IO DISATTENTO: …ma qui non si tratta di riassumere, si tratta di rivivere…

Il check delle casse. Cos’è cambiato? Il volume permette la memoria della voce?

        UNA VOCE CHE SCUOTE: Io non credo nelle maschere…

        UN’ALTRA (?) VOCE: La maschera màschera…

Mentre le voci scuotono (reazioni, reazioni…) qualcuno sposta le sedie.

 

        Ognuno è più deciso nel dire “Niente…” “Basta…” “Ecco, solo questo” “Per adesso ho finito, poi vedremo…”, per chiudere il proprio intervento, di quanto non lo sia durante l’intervento stesso.

        Com’è forte la tentazione di parlare del tema “maschera”, anziché della cosa (e del come che crea il cosa).

        UN UOMO: A mio figlio Mike piace il wrestling…

Dove sono i cenni di riconoscimento dei genitori? Ve ne sono?

        C’è chi dorme.

        Come tenere memoria della successione delle voci?

        [Lunghi scherzi sui bergamaschi.]

        Una voce roca si alterna ad una più esile.

        UNA VOCE: (Rivolta a Mario) Voce!

E la reazione? Come hanno vissuto tutto ciò i vicini di posto di questo Mario?

        UNA VOCE: … quella ragazza, di cui ovviamente non conosco il nome, perché è una scout… [Sono l’unico che ha pensato al doppio taglio di quest’affermazione?]

        FEDUA: … il cuscino come maschera… [se, fuor di metafora!, fosse solo un link prossemico… viso_cuscino_maschera… no?]

        GIULIO: … la maschera predatore…

        KATI: … è la seconda volta che parlo… [da quando?] Nel gioco educativo

        Sono scattati due applausi. Dopo l’intervento di Sofia e dopo la battuta: “Voi cinquantenni siete un fatto curioso…”. Qual è la differenza? C’è una differenza acustica in applausi che nascono con diverse intenzionalità?

E il ragazzo dopo Sofia parla d’un tremore nella voce. Come prendersi cura di chi si ama? Quale maschera?

        GIOVANNI: Io sono di Napoli, ma vorrei dire qualcosa pure io…

        UN BERGAMASCO: Se ti prenoti…

        GIOVANNI: Scherzavo…

        APARO: …verso la pausa.

Come passa i concetti, come tiene il microfono? Come rompe le frasi…

A Fedua cade il microfono.

        APARO: Non s’è capito…

Rifatelo!

Nessuna distrazione è tale. E’ ciò che, in un modo o nell’altro, ci fa assumere ciò che conta, che resta.

        Reazione a: “Come?! Ce ne possiamo andare?”

PAUSA.

        APARO: …alle diverse età, un esempio d’uso di quella che stiamo chiamando maschera.

Il momento è fatto solo di mutamento, macro o microscopico: dal silenzio completo al grottesco di: “Giocavo al dottore [risata]”.

        Un uomo con la barba grigia si alza col suo montgomery e se va. Si sta parlando di adolescenti. Mutamenti secondari significanti.

        GIOVANNI: Mo’ vediamo… E’ troppo tardi? Boh, io ci provo…

Sdoppiamento, moltiplicazione del parlante (monologante). Si parla di un fatto, si parla di sé, ma si imitano altre voci, altrui, proprie…

 

        FRANCESCO: …allargare i buchi della maschera… […] la maschera da sub, che è senza buchi…

IL LAVORO DI RE_CITAZIONE:

  • Divisi in gruppi
  • Scelta di una “scena” [per dir così]; meglio: d’una STORIA, di un CHE COSA E’ SUCCESSO.
  • Una mente coordinatrice: il ricordo si compone delle esperienze degli altri ma è uno solo a scegliere chi fa chi. L’attribuzione delle re_citazioni (che non sono ruoli!) è empatica.
  • Non ci sono prove e poi rappresentazione. Tutto è recitazione.
  • Quando si inizia si va fino in fondo, nessuno si ferma – se non per una domanda o per aggiungere particolari.
  • Per l’individuazione dei momenti: concentrarsi sui mutamenti.
  • E’ in sostanza ciò che avviene ogni volta che si racconta qualcosa a qualcuno. Lo si sceneggia per come è avvenuto. Non c’è traccia di parodia, né di ricreazione.
  • Allargare i buchi della maschera

Il dramma ci offre un continuo susseguirsi di metamorfosi, che si compongono e si scompongono: da tale alternanza nasce quel che definiamo tensione.

Le maschere devono terrorizzare, ma devono anche essere tolte. Senza maschere prese completamente sul serio non c’è dramma. Ma un dramma che rimane limitato alle maschere è noioso.

                                               (Elias Canetti, La provincia dell’uomo)

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