di Sofia Lorefice, partecipante al workshop

La pena, la prigione hanno senso se mentre affermano le esigenze della giustizia scoraggiano il crimine, servono al rinnovamento dell’uomo, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società.”

Sono queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II, nel luglio 2000 in occasione del Giubileo delle Carceri. Sono parole perfettamente in linea con l’art.27 della Costituzione Italiana: ”Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La punizione come insegna anche la Legge della Giungla “dovrebbe saldare ogni conto e non lasciare rancori”.

Il manto togato della giustizia non dovrebbe limitarsi a impartire una ‘buona bastonatura’ all’uomo in errore ma dovrebbe, da brava Bagheera, riprenderselo ‘in groppa’ e riportarlo a casa, nella grande famiglia sociale.

Perché dunque ci si limita a sbatacchiare blindate e ferrate, si battono mattina e sera doppie grate di sbarre e finestre e si accendono le luci per la conta una quantità di volte ogni notte?

La reclusione in gabbia e alla catena è sommo dolore e mortificazione per gli uomini come per gli altri animali. La galera è l’unica o la più comune pena a prescindere dal reato imputato e dalla persona coinvolta. La galera così fatta, standardizzata e spersonalizzata, preclude a qualsiasi possibilità di rinnovamento o rieducazione ed anzi accresce la rabbia e il rancore: mi sembra dunque che intesa a questo modo essa sia immorale perché condannata dal Papa, anticostituzionale poiché deplorata dalla Repubblica Italiana e contraria perfino alla Legge della Giungla.

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