Appaio e scompaio: la mia giornata inizia presto a Palazzo di Giustizia, quando i più mattinieri tra i magistrati arrivano per ritrovare carte lasciate il giorno prima sul tavolo. Ma io non mi trovo lì per loro, e neppure per il personale amministrativo che – appena timbrato il cartellino – ha ormai confidenza di queste antiche mura e si muove spedito, dall’ingresso di via San Barnaba, ciascuno in direzione del rispettivo ufficio, in una routine quotidiana fatta di scale, piani o ascensori. Gli altri infatti arrivano dopo, per l’altrettanto quotidiano appuntamento con la Giustizia o, come preferisce precisare qualcuno, con il giudice.
C’è l’imbarazzo della scelta: ci sono aule d’udienza al primo così come al terzo piano. Al quinto appaio e scompaio: anche qui c’è chi si muove spedito, come quel Principe del Foro sempre ben vestito, con una grande borsa in pelle nera e una giovane praticante tono su tono al seguito: con la testa alla richiesta che dovrà illustrare di lì a poco e alle sue conseguenti possibilità di successo nella causa, non ha il tempo materiale per alzare lo sguardo durante il percorso. Si può salire ancora, al sesto fino ad arrivare al settimo ed ultimo piano: gli agenti delle scorte ridiscendono fino ai sotterranei con i detenuti appena tradotti da San Vittore, i commessi con i loro carrelli carichi di faldoni per l’udienze impegnano l’ascensore, che inizia così a riempirsi.
Il rito del processo impone la necessaria presenza di tutti i suoi partecipanti e l’ascensore Z costituisce così un punto di incontro quasi necessario, indipendente dal ruolo che saranno chiamati a svolgere: giudici e avvocati, cancellieri e testimoni, imputati e semplici curiosi. Capita spesso che le possibilità di incontro vengano, per così dire, raddoppiate nel caso i cui uno dei tre ascensori della scala Z smetta di funzionare: un evento spesso segnalato dal moltiplicarsi delle presenze sul mio pianerottolo, ciascuna intenta ad illustrare brevemente (dal momento che raramente posso dire di aver visto la presenza risolutiva del cartello ) inedite teorie sui segnali evidenti della catastrofe verificatasi, di solito, nella notte. C’è chi indica la presenza del display lampeggiante, chi evidenzia l’apertura e la chiusura quasi immeditata delle porte mentre per la maggior parte dei presenti vale la semplice constatazione di una attesa superiore ai 3 minuti netti della media mensile.
La situazione del resto risulta difficoltosa anche a vederla dall’altra prospettiva: una volta entrati nell’ascensore SABIEM 47372, capienza 1250 kg – 16 persone, risulta ai più difficile il senso dell’orientamento. La signora che deve testimoniare all’udienza delle 10.30 guarda ancora con aria affannata l’invito a comparire che tiene ormai accartocciato nelle sue mani: nella qualità di persona offesa,  ha già trovato indicata l’aula e il piano per il “suo” processo, ma la difficoltà ora è quella di accertarsi di scendere al momento giusto. E, prima, di capire a che piano si trovi. Così appaio e scompaio. Non si è accorta della presenza dell’imputato, sullo stesso ascensore: accanto a lei, ancora una volta dopo il commesso reato. Li intravedo, entrambi sul fondo della cabina, a mala pena tra le persone che affollano l’ascensore Z e impediscono ai più di vedere i tasti dei diversi piani sul display interno, la cui illuminazione a volte non funziona neppure.
Continueranno così fino a tarda mattinata. Poi, nel pomeriggio, il solito via vai di persone note: la pausa caffè, il personale amministrativo rimasto fino alle 17.00 fino al solito magistrato che non riesce ad andare a casa senza aver finito il suo lavoro.
Rimango solo la sera, e nel buio del Palazzo ogni notte ripenso al senso della mia presenza e al giorno in cui qualcuno decise di attaccare con un pezzo di scotch un foglio A4 con scritto “5 piano” con carattere Arial 16: proprio fuori dall’ascensore Z, dal lato opposto dell’apertura delle porte, in alto e ben visibile da coloro che si trovano all’interno.
Nell’indifferenza di molti e tra 1000 cartelli (“non si danno informazioni”, “si riceve su appuntamento”…) che sbocciano dalla porte di legno dei diversi uffici, quando la luce del primo sole si riflette sulla scritta esterna al Palazzo “FIAT IVSTITIA NE PEREAT MVNDVS” e riesce, tramite le vicine finestre, a raggiungermi, mi piace pensare di essere espressione di una risposta concreta ad una voglia di cambiare il mondo, iniziando delle piccole cose quotidiane. Come il voler cortesemente indicare, nonostante tutte le difficoltà, una presenza certa per coloro che a fatica riescono a districarsi nel labirinto della Giustizia.

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